Dica133 – Contro l’affondamento dell’Università – Dica 133


Lettera aperta agli studenti che vogliono studiare
venerdì 31 ottobre 2008, 13:57
Filed under: Uncategorized

Ma c’è davvero qualcuno che, in buona fede, “vuole studiare invece che protestare”? Noi un po’ ne dubitiamo, ma tuttavia abbiamo ritenuto che i cittadini debbano essere informati sulle ragioni di questa protesta, e sul nostro punto di vista. Tutti, anche chi – magari un po’ colpevolmente – si disinteressa di cosa gli accade intorno. Tutti meritano di sapere cosa sta accadendo. A tutti loro indirizziamo una lettera, che si può leggere poche righe più sotto, o anche scaricare in PDF.

Intanto continuiamo a invitarvi a sottoscrivere e diffondere il nostro appello “Per l’Università: investimenti adeguati e interventi innovativi”. Vorremmo che tutti capissero: 1) che i ricercatori non strutturati (o “precari”) – e con loro il 99% degli studenti che protestano – una riforma la vogliono eccome, a patto che sia davvero improntata alla valutazione della qualità! 2) Che nessuno può pensare di avere un’Università che funzioni, tagliando senza pietà investimenti già miseri.

Lettera aperta     

Agli studenti che vogliono studiare

 

Care studentesse e cari studenti,

 

chi vi scrive è un gruppo di persone che qualche anno fa era sui banchi dell’Università, come voi adesso. Avevamo tantissima voglia di studiare e grande passione per le materie che studiavamo. Tanto che poi ci siamo laureati col massimo dei voti, e pochi giorni dopo la laurea – è successo a ciascuno di noi – il nostro relatore è venuto a dirci che valeva la pena che concorressimo per un dottorato o cercassimo comunque di restare in contatto con l’Università, perché forse avevamo la stoffa per diventare i professori di domani.

 

Ovviamente nessuno ha cercato di illuderci: tutti ci hanno detto fin dall’inizio che sarebbe stata dura e che non c’erano garanzie. L’unica via era quella di costruirci un curriculum solidissimo per poter affrontare un concorso (che, speravamo, forse negli anni sarebbe diventato un po’ più trasparente!) e magari vincerlo, guadagnando così il diritto di fare al meglio il lavoro che amiamo.

 

Così abbiamo iniziato a studiare, a fare ricerca, a partecipare ai convegni in Italia e all’estero, a pubblicare libri e articoli su riviste scientifiche, a fare esami agli studenti e tenere corsi. Il tutto, ovviamente, senza un contratto stabile, ma passando tra borse di studio temporanee di vario tipo, periodi di nessuna retribuzione, e altri lavori. In altre parole diventando quelli che vengono chiamati in vari modi: “ricercatori precari”, “accademici non strutturati”, eccetera. Lo siamo ancora adesso.

 

E sappiamo che voi ci conoscete, anche se – siccome siamo vestiti come i professori di ruolo – quasi certamente non vi siete mai accorti che siamo diversi. Tuttavia ci conoscete: dei professori che vi fanno lezione (e vi fanno gli esami!), siamo – spesso – circa uno su tre. Molti di voi vengono a parlare con noi durante l’orario di ricevimento; molti si fanno seguire da noi durante la tesi (anche se il relatore è un altro!); chi di voi va in biblioteca a sfogliare qualche rivista scientifica, spesso trova il nostro lavoro e il nostro nome. Quindi pensiamo che se voi amate studiare, forse amate anche un po’ il prodotto del nostro lavoro.

 

Ebbene, vogliamo dirvi che questa Università, che amate, tra pochi mesi potrebbe non esistere più.

Le varie misure del governo (tagli di bilancio, blocco del ricambio generazionale dei docenti, progetti di riforma ancora non svelati ma già anticipati dalla stampa) sembrano andare tutte nella stessa direzione: tagliare a caso tutto quanto possibile, ma soprattutto impedire ai giovani di entrare a pieno titolo nell’Università. Così si blocca il necessario ricambio generazionale; si blocca il progresso della ricerca; si sprecano risorse umane formate con grandi sforzi.

 

Il governo taglia 1,5 miliardi di euro dicendo che ci sono problemi di bilancio (tuttavia si sono trovati 3 miliardi per l’Alitalia, e 2 miliardi per tagliare l’Ici ai cittadini più ricchi). Il governo parla di “meritocrazia” (siamo noi a volerla! abbiamo ormai dei curricula lunghi chilometri!), ma ha bloccato tutti i progetti di riforma dei concorsi e di valutazione delle Università.

 

La conseguenza di tutto questo è semplice: se il nostro futuro improvvisamente svanisce, i sacrifici che affrontiamo tutti i giorni non hanno più senso. E’ per questo che, entro pochi mesi, è molto probabile che la maggior parte di noi abbandonerà l’Università. Verso altri paesi, o verso altri mestieri, non importa. Insomma, l’Università che conoscete non esisterà più. Vi ritroverete davanti docenti un po’ più anziani e meno motivati (o forse neolaureati privi di qualunque esperienza, o ancora improbabili “professionisti esterni”, reclutati al volo per tappare buchi). Trovare il professore a ricevimento sarà un po’ più difficile, e richiederà code interminabili (così come per gli esami). Lo stesso per ottenere una tesi, in cui poi inevitabilmente sarete seguiti con maggiori difficoltà. E il tutto, quasi certamente, con tasse universitarie molto più alte di adesso.

 

Insomma, vorremmo dirvi che, se veramente amate l’università e la vostra mente è libera (e non guidata da altri), è giunto anche per voi il momento di alzarsi in piedi per difenderla. Non è un invito di una parte politica: tra noi c’è gente di tutte le opinioni. Non è un invito alla protesta illegale: scegliete voi cosa fare, perché faccia rumore ma rispetti tutti. E’ però un invito a diventare protagonisti, a non subire l’aggressione di chi vi sta togliendo quello che amate. Informatevi; informate le vostre famiglie; scacciate le bugie che si stanno spandendo in quantità su chi protesta per l’Università; attivatevi e fate sentire la vostra voce. Forse non condividete i mezzi di chi sta già protestando, ma questo non è un motivo sufficiente per non condividerne i fini. Unitevi (e uniamoci), superando le diffidenze e le antipatie; trovate insieme nuove forme di protesta per tutti; insomma fate un po’ quello che volete.
Ma fatelo adesso, perché tra poco potrebbe già essere troppo tardi.

 

Dica 133 (i ricercatori non strutturati del Polo delle Scienze Sociali di Firenze)https://dica133.wordpress.com/

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2 commenti so far
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Approfitto immediatamente della vostra lettera aperta, che spiega la situazione con molta chiarezza e direi anche con molta civiltà, per distribuirla ai miei colleghi: sono un insegnante di pianoforte del Conservatorio di musica di Cesena e martedì 4 abbiamo il primo collegio docenti. Vi ringrazio per la vostra mobilitazione e spero di riuscire ad organizzare qualcosa anche a Cesena.

Commento di Flavio Meniconi

Siamo un gruppo di studenti del Corso in Scienze e tecniche psicologiche c/o la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bari.
I recenti tagli del DL Gelmini si sono concretizzati in questi ultimi giorni, lasciando tutti noi nello sgomento.
In breve, riassumiamo l’accaduto precisando che nella nostra facoltà sono presenti due corsi di specialistica: il Corso in Psicologia clinica dello sviluppo e delle relazioni e il Corso in Psicologia dell’organizzazione e della comunicazione.
Per il primo nessuna variazione a livello strutturale, anche perché in questo si registra una maggiore affluenza di iscritti.
Per quanto riguarda il secondo (che è quello che tutti noi abbiamo scelto sin dall’immatricolazione) abbiamo da poco appreso che dall’anno prossimo verrà soppresso!
La gravità della situazione è visibilmente quantificabile nel danno che abbiamo subito, incentrando il nostro piano di studi su questo cosiddetto “curriculum”, accumulando crediti per materie d’insegnamento che appunto seguono un percorso di formazione affine alla specialistica prescelta.
Alla luce di quanto detto ci ritroviamo proiettati verso una laurea triennale che non potrà essere completata con la specialistica scelta, se non emigrando verso altre università con tutto quello che concerne.
Un’alternativa sarebbe cercare di recuperare i crediti mancanti e cercare di entrare all’unica biennale di specialistica che sarà possibile frequentare qui a Bari. In questo caso rimboccarsi le maniche potrebbe non bastare e i tempi si dilaterebbero ingabbiandoci nella rete delle segreterie, della burocrazia e della sfiducia verso le istituzioni.
Sarebbe opportuno ricordare a chi prende questo tipo di decisioni che l’istruzione non può e non deve essere trattata alla pari di un’organizzazione aziendale.
Siamo disperati, ma chi ci ascolta?

Commento di Faustroll




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