Uno dei luoghi comuni dietro al tentativo di affondamento dell’Università è quello per cui l’Università sarebbe una macchina mangiasoldi dai costi esorbitanti e di scarsissima efficienza.
Secondo Guido Barbujani de “Il Sole 24 Ore”,
“È frustrante parlare dello stato di abbandono in cui versano Università e ricerca nel nostro Paese. Le cifre sono grottesche, nessuno ci fa più caso. Tanto per dirne una: per i dìritti degli highlights della serie A, la Rai ha speso più di quanto nel2008 l’Italia ha investito nella ricerca di base, i cosiddetti progetti Prin.
Lo conferma il rapporto 2008 dell’Ocse, Education at a glance. In media, nei Paesidell’Ocse si spende per l’Università 1′1,5% del prodotto interno lordo; in ltalia, lo 0,9 per cento. Dietro di noi c’è solo la Slovacchia, per un pelo. Gli Stati Uniti investono nelle istituzioni universitarie il 2,9% del loro prodotto lordo, il Canada il2,6 per cento. Grecia, Messico, Polonia, Israele, Portogallo, Turchia, Estonia, Cile: sono tutti davanti a noi, alcuni di un bel po’. Va bene, dirà qualcuno, ma negli Usa i privati sono molto più generosi. Vero, i privati americani lo sono sei volte più dei nostri (1′1,9% contro lo 0,3%). Ma negli Stati Uniti di George W. Bush i finanziamenti pubblici dell’Università sono ildoppio che in Italia.
Presto rimpiangeremo i tempi in cui potevamo giocarci con la Slovacchia il penultimo posto. A giugno, infatti, con il decreto legge 112/08, inserito nella manovra finanziaria per il 2009, l’Università italiana è stata rivoltata comeun calzino. Per cominciare, dovrà dimagrire: sarà assunto un nuovo dipendente solo ogni cinque pensionamenti. Ne deriveranno crescenti economie per ilbilancio dello Stato, da 456milioni di euro nel 2009 fino a 3.188 milioni nel 2012. Sembrerebbe insomma che per garantire lo sviluppo economico e la competitività ilnostro Governo abbia scoperto l’uovo di Colombo. Niente nuove risorse, anzi, noi faremo il contrario di quello che fanno glialtri:disinvestire, disinvestire!”
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