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Ma c’è davvero qualcuno che, in buona fede, “vuole studiare invece che protestare”? Noi un po’ ne dubitiamo, ma tuttavia abbiamo ritenuto che i cittadini debbano essere informati sulle ragioni di questa protesta, e sul nostro punto di vista. Tutti, anche chi – magari un po’ colpevolmente – si disinteressa di cosa gli accade intorno. Tutti meritano di sapere cosa sta accadendo. A tutti loro indirizziamo una lettera, che si può leggere poche righe più sotto, o anche scaricare in PDF.
Intanto continuiamo a invitarvi a sottoscrivere e diffondere il nostro appello “Per l’Università: investimenti adeguati e interventi innovativi”. Vorremmo che tutti capissero: 1) che i ricercatori non strutturati (o “precari”) – e con loro il 99% degli studenti che protestano – una riforma la vogliono eccome, a patto che sia davvero improntata alla valutazione della qualità! 2) Che nessuno può pensare di avere un’Università che funzioni, tagliando senza pietà investimenti già miseri.
Lettera aperta
Agli studenti che vogliono studiare
Care studentesse e cari studenti,
chi vi scrive è un gruppo di persone che qualche anno fa era sui banchi dell’Università, come voi adesso. Avevamo tantissima voglia di studiare e grande passione per le materie che studiavamo. Tanto che poi ci siamo laureati col massimo dei voti, e pochi giorni dopo la laurea – è successo a ciascuno di noi – il nostro relatore è venuto a dirci che valeva la pena che concorressimo per un dottorato o cercassimo comunque di restare in contatto con l’Università, perché forse avevamo la stoffa per diventare i professori di domani.
Ovviamente nessuno ha cercato di illuderci: tutti ci hanno detto fin dall’inizio che sarebbe stata dura e che non c’erano garanzie. L’unica via era quella di costruirci un curriculum solidissimo per poter affrontare un concorso (che, speravamo, forse negli anni sarebbe diventato un po’ più trasparente!) e magari vincerlo, guadagnando così il diritto di fare al meglio il lavoro che amiamo.
Così abbiamo iniziato a studiare, a fare ricerca, a partecipare ai convegni in Italia e all’estero, a pubblicare libri e articoli su riviste scientifiche, a fare esami agli studenti e tenere corsi. Il tutto, ovviamente, senza un contratto stabile, ma passando tra borse di studio temporanee di vario tipo, periodi di nessuna retribuzione, e altri lavori. In altre parole diventando quelli che vengono chiamati in vari modi: “ricercatori precari”, “accademici non strutturati”, eccetera. Lo siamo ancora adesso.
E sappiamo che voi ci conoscete, anche se – siccome siamo vestiti come i professori di ruolo – quasi certamente non vi siete mai accorti che siamo diversi. Tuttavia ci conoscete: dei professori che vi fanno lezione (e vi fanno gli esami!), siamo – spesso – circa uno su tre. Molti di voi vengono a parlare con noi durante l’orario di ricevimento; molti si fanno seguire da noi durante la tesi (anche se il relatore è un altro!); chi di voi va in biblioteca a sfogliare qualche rivista scientifica, spesso trova il nostro lavoro e il nostro nome. Quindi pensiamo che se voi amate studiare, forse amate anche un po’ il prodotto del nostro lavoro.
Ebbene, vogliamo dirvi che questa Università, che amate, tra pochi mesi potrebbe non esistere più.
Le varie misure del governo (tagli di bilancio, blocco del ricambio generazionale dei docenti, progetti di riforma ancora non svelati ma già anticipati dalla stampa) sembrano andare tutte nella stessa direzione: tagliare a caso tutto quanto possibile, ma soprattutto impedire ai giovani di entrare a pieno titolo nell’Università. Così si blocca il necessario ricambio generazionale; si blocca il progresso della ricerca; si sprecano risorse umane formate con grandi sforzi.
Il governo taglia 1,5 miliardi di euro dicendo che ci sono problemi di bilancio (tuttavia si sono trovati 3 miliardi per l’Alitalia, e 2 miliardi per tagliare l’Ici ai cittadini più ricchi). Il governo parla di “meritocrazia” (siamo noi a volerla! abbiamo ormai dei curricula lunghi chilometri!), ma ha bloccato tutti i progetti di riforma dei concorsi e di valutazione delle Università.
La conseguenza di tutto questo è semplice: se il nostro futuro improvvisamente svanisce, i sacrifici che affrontiamo tutti i giorni non hanno più senso. E’ per questo che, entro pochi mesi, è molto probabile che la maggior parte di noi abbandonerà l’Università. Verso altri paesi, o verso altri mestieri, non importa. Insomma, l’Università che conoscete non esisterà più. Vi ritroverete davanti docenti un po’ più anziani e meno motivati (o forse neolaureati privi di qualunque esperienza, o ancora improbabili “professionisti esterni”, reclutati al volo per tappare buchi). Trovare il professore a ricevimento sarà un po’ più difficile, e richiederà code interminabili (così come per gli esami). Lo stesso per ottenere una tesi, in cui poi inevitabilmente sarete seguiti con maggiori difficoltà. E il tutto, quasi certamente, con tasse universitarie molto più alte di adesso.
Insomma, vorremmo dirvi che, se veramente amate l’università e la vostra mente è libera (e non guidata da altri), è giunto anche per voi il momento di alzarsi in piedi per difenderla. Non è un invito di una parte politica: tra noi c’è gente di tutte le opinioni. Non è un invito alla protesta illegale: scegliete voi cosa fare, perché faccia rumore ma rispetti tutti. E’ però un invito a diventare protagonisti, a non subire l’aggressione di chi vi sta togliendo quello che amate. Informatevi; informate le vostre famiglie; scacciate le bugie che si stanno spandendo in quantità su chi protesta per l’Università; attivatevi e fate sentire la vostra voce. Forse non condividete i mezzi di chi sta già protestando, ma questo non è un motivo sufficiente per non condividerne i fini. Unitevi (e uniamoci), superando le diffidenze e le antipatie; trovate insieme nuove forme di protesta per tutti; insomma fate un po’ quello che volete.
Ma fatelo adesso, perché tra poco potrebbe già essere troppo tardi.
Dica 133 (i ricercatori non strutturati del Polo delle Scienze Sociali di Firenze) – http://dica133.wordpress.com/
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L’appello di Dica 133 “Per l’Università: investimenti adeguati e interventi innovativi” continua a mietere successi. Al festival della Creatività di Firenze abbiamo raccolto centinaia e centinaia di firme, (che dobbiamo ancora inserire online!), con cui dovremmo quasi essere a quota 5000! Continuate a diffondere il nostro appello, soprattutto per far capire due cose: che i ricercatori non strutturati (o “precari”) – e con loro il 99% degli studenti che protestano – la riforma la vogliono eccome, a patto che sia davvero improntata alla valutazione della qualità! 2) Che nessuno può pensare di avere un’Università che funzioni tagliando gli investimenti, quando già ora spendiamo meno dell’1% del Pil (tra i paesi Ocse, dietro solo alla Slovacchia…). Ed è ancora più difficile sostenere che “ci sono problemi di bilancio”, visto che – a fronte degli 1,5 miliardi tagliati all’università – si sono trovati 3 miliardi per Cai-Alitalia e 2 miliardi per tagliare l’Ici ai più ricchi…
Nel frattempo La 7 dedica una puntata alla protesta degli studenti universitari. Ospiti in studio: due rappresentanti degli studenti; il sottosegretario Valentina Aprea; in collegamento Roberto Perotti, autore del recente “L’Università truccata”.
Perotti ed Aprea sembrano in contraddizione, ma nel corso della puntata sembrano “marciare divisi per colpire uniti”. Perotti (che non a caso insegna alla Bocconi, che è privata) attacca a tutto campo l’Università pubblica italiana, culla soltanto di familismo e di corruzione, senza nessuna eccezione. La Aprea accusa gli studenti di difendere i baroni.
Meno male che i due studenti in studio sono svegli e replicano. Alla Aprea chiedono, più o meno, che se davvero voleva combattere i baroni, perché ha accuratamente insabbiato due importanti progetti di riforma già pronti (nuovo concorso dei ricercatori; nuova “agenzia della valutazione”: le stesse omissioni segnalate da “Dica 133″)? Da Perotti invece silenzio totale sul fatto che l’università italiana è anzitutto poverissima, perché finanziata con appena l1% del Pil. In ogni caso, potete vedere direttamente la puntata.
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Siamo stupefatti! In pochi giorni l’appello di Dica 133 “Per l’Università: investimenti adeguati e interventi innovativi” è stato già raccolto da migliaia di persone. Fuori dall’università, tantissimi cittadini e le professioni più disparate (vedi sotto). Dentro l’università e la ricerca: professori ordinari, professori associati, ricercatori di ruolo, ricercatori precari, studenti da tutta Italia e da molte istituzioni scientifiche italiane e internazionali.
Le adesioni sono già migliaia, ma sicuramente possiamo fare di più… diffondete Dica 133!
Per adesso intanto ringraziamo (non possiamo mettere tutte le firme!):
Anzitutto le professioni fuori dall’università (per ogni categoria, la prima voce incontrata):
Agente di commercio – Analista programmatore – Architetto – Artigiana – Attore – Avvocato – Bibliotecario – Biologa – Biotecnologo – Casalinga – Chimico industriale – Coltivatrice e poetessa – Comandante aviolinea – Commerciante – Consulente – Consulente informatico – Consulente libero professionista – Cuoco – Danzatrice – Designer – Dipendente pubblico – Dipendente azienda ospedaliera – Dirigente d’azienda – Dirigente medico azienda ospedaliera – Disoccupata – Dottore commercialista – E-learning consultant – Ematologo – Engineer – EP tecnico di laboratorio – Essere umano interconnesso – Facilitatore linguistico – Farmacista – Fisico – Funzionario - Funzionario pubblico – Geologa – Geometra – Giornalista – Grafico – Idraulico – Impiegata – Impiegata pubblica – Impresario – Ingegnere libero professionista – Interprete – Japanese language teacher – Lavoratrice – Libero professionista – Libero artigiano e imprenditore – Medico – Musicista – Operaio – Operatore audio – Padre di famiglia – Parrucchiera – Pensionata – Praticante avvocato – Psicologo clinico e psicoterapeuta – Redattore – Responsabile HR e formatore – Ristoratore – Sindacalista – Sistemista informatico – Stilista – Storica dell’arte – Technician – Tecnico informatico – Tecnologo – Traduttrice – Urbanista – Vigile urbano
E poi, i luoghi da cui vengono le adesioni del mondo dell’università e della ricerca…
CERN (Ginevra) – European University Institute (Firenze) – IBEC/Università di Barcellona (Spagna) – Institut Cochin, Paris – Lawrence Berkeley National Laboratory (USA) – London School of Economics – Royal Observatory of Belgium – Telefonica Research, Barcelona – Uniformed Services University of the Health Sciences, Bethesda, USA – Universität Bern – Université Henry Poincaré, Nancy-1 – Université Paris Sud 11 – University of Bristol – University of Cambridge – University of Massachusetts – University of Reading – University of Warwick – University of Westminster (London) – Vrije Universiteit Amsterdam
Accademia di Belle Arti di Bologna – Accademia di Belle Arti di Brera – Accademia di Belle Arti di Firenze – Conservatorio di Musica di Torino – Conservatorio L. Cherubini (Firenze)
CNR (moltissimi istituti in tutta Italia)
Politecnico di Milano – Politecnico di Torino – Università Bocconi – Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano) – Fondazione Telethon – IRCCS Istituto Nazionale Ricovero e Cura per gli Anziani (INRCA) di Ancona – ISPRA Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale – Istituto Nazionale di Astrofisica/Osservatorio Astrofisico di Arcetri (Firenze) – Istituto Nazionale di Astrofisica/Osservatorio Astronomico di Padova – Istituto Nazionale di Fisica Nucleare – Istituto Italiano di Scienze Umane – Scuola Normale Superiore (Pisa) – SISSA Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (Trieste)
Alma mater studiorum Università di Bologna – Università “G. d’Annunzio” Chieti/Pescara – Università “Magna Graecia”/Catanzaro – Università Ca’ Foscari di Venezia – Università Iuav di Venezia – Università Politecnica delle Marche – Università del Piemonte Orientale – Università del Salento – Università dell’Aquila – Università dell’Insubria – Università della Calabria – Università della Tuscia – Università di Bari – Università di Bergamo – Università di Brescia – Università di Cagliari – Università di Cassino – Università di Catania – Università di Ferrara – Università di Firenze – Università di Genova – Università di Lecce – Università di Lucca – Università di Macerata – Università di Messina – Università di Milano Bicocca – Università di Milano Statale – Università di Modena e Reggio Emilia – Università di Napoli “Federico II” – Università di Napoli “L’Orientale” – Università di Padova – Universita’ di Palermo – Università di Parma – Università di Pavia – Università di Perugia – Università di Pisa – Università di Roma “La Sapienza” – Università di Roma “Tor Vergata” – Università di Salerno – Università di Sassari – Università di Siena – Università di Torino – Università di Trento – Università di Trieste – Università di Udine – Università di Urbino “Carlo Bo” – Università per stranieri di Siena
Last but not least, il Comitato Genitori-Insegnanti della Scuola A. Saffi di Roma ![]()
Grazie anche a tutti voi che avete sottoscritto e sottoscriverete il nostro appello!
E, mi raccomando, “Dica 133”!!!
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Fa piacere sapere che non siamo soli, e che l’appello di Dica 133 evidentemente non è il prodotto di un manipolo di sovversivi estremisti… In questo caso a parlare è la rivista “Nature”, una delle più antiche ed importanti riviste scientifiche esistenti, forse in assoluto quella considerata di maggior prestigio nell’ambito della comunità scientifica internazionale.
L’ultimo numero di Nature dedica alle riforme portate avanti dal governo italiano un editoriale e un articolo, entrambi molto duri. Riproduciamo qui l’editoriale, tradotto. L’originale inglese può essere letto qui.
Risparmi all’ultimo sangue
Nel tentativo di dare spinta alla sua arrancante economia, il Governo italiano si sta concentrando su obiettivi facili ma poco saggi
In Italia sono tempi cupi e pieni di rabbia per gli scienziati, costretti a fronteggiare un Governo che porta avanti la propria filosofia di riduzione dei costi. La scorsa settimana, decine di migliaia di ricercatori hanno invaso le strade per rendere visibile la loro opposizione al decreto proposto, finalizzato a mettere sotto controllo la spesa pubblica. Se passasse, come è probabile, il decreto eliminerebbe quasi 2000 ricercatori precari, che sono la spina dorsale delle istituzioni di ricerca del Paese in grave carenza di organico (e circa la metà dei quali era già stata sottoposta a selezione per un posto a tempo indeterminato).
Nonostante la protesta degli scienziati, il Governo di centro-destra di Berlusconi, entrato in carica a maggio, ha decretato che i fondi sia dell’Università, sia della ricerca possono essere impiegati per mettere in sicurezza le banche e gli istituti di credito italiani. Non è la prima volta che Berlusconi prende di mira le Università. Ad agosto, ha emanato un decreto che riduce del 10% il finanziamento delle Università, consentendo di assumere solo un dipendente ogni cinque pensionati. Il decreto permetteva inoltre alle Università di trasformarsi in Fondazioni private, allo scopo di rastrellare entrate aggiuntive. Stante il clima attuale, i Rettori ritengono che quest’ultimo aspetto verrà utilizzato per giustificare ulteriori tagli al budget, e che alla fine li costringerà ad abbandonare i corsi di laurea che hanno scarso valore economico, come gli studi umanistici, o la scienza di base. Poiché la bomba è scoppiata all’inizio delle vacanze estive, le conseguenze sono state pienamente comprese troppo tardi, dal momento che il decreto è in via di trasformazione in legge.
Nel frattempo, il Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Mariastella Gelmini, ha mantenuto un silenzio completo sulle questioni relative al suo Ministero, a parte la scuola secondaria, e ha permesso che decisioni di Governo pesanti e distruttive fossero adottate senza sollevare obiezioni. Ha rifiutato di incontrare scienziati ed accademici per ascoltare le loro preoccupazioni, o per spiegare loro le scelte politiche che sembrano richiedere i sacrifici. E non ha neppure delegato un Sottosegretario per trattare la materia al suo posto.
Le organizzazioni scientifiche interessate dal decreto sono state invece ricevute dall’estensore del provvedimento, Renato Brunetta, Ministro della Funzione Pubblica e dell’Innovazione. Brunetta sostiene che si può fare poco per fermare o cambiare il decreto (anche se è ancora in discussione nelle Commissioni e deve ancora essere votato da entrambe le Camere). In un’intervista, Brunetta ha anche paragonato i ricercatori ai capitani di ventura, mercenari rinascimentali, dicendo che stabilizzarli a tempo indeterminato sarebbe “un po’ come ucciderli”. Questa affermazione travisa un argomento che i ricercatori hanno sostenuto: che la base scientifica di qualsiasi Paese richiede un sano rapporto tra lavoro stabile e lavoro flessibile, con quest’ultimo (come i contratti post-doc) che deve circolare in laboratori di ricerca stabili, solidi e ben equipaggiati. Gli scienziati hanno provato a spiegare a Brunetta che in Italia questo rapporto è diventato molto perverso.
Il Governo Berlusconi può anche pensare che tagli draconiani ai finanziamenti siano necessari, ma i suoi attacchi alla ricerca di base italiana sono stolti e miopi. Il Governo ha trattato la ricerca esattamente come qualsiasi spesa da tagliare, mentre in realtà deve essere considerata un investimento per la costruzione dell’economia della conoscenza del ventunesimo secolo. In effetti, l’Italia ha già sottoscritto questo approccio, firmando l’Agenda di Lisbona 2000 dell’Unione Europea, nella quale gli Stati membri si impegnavano ad innalzare i loro investimenti in Ricerca e Sviluppo al 3% del Prodotto Interno Lordo. L’Italia, membro del G8, ha una delle spese per Ricerca e Sviluppo più basse del gruppo (a stento l’1,1%, meno di metà di Paesi comparabili come Francia e Germania).
Bisogna che il Governo guardi oltre ai guadagni a breve termine permessi da un sistema di decreti consentiti da Ministri ossequiosi. Se vuole preparare un futuro credibile per l’Italia, come dovrebbe, non dovrebbe prendere pigramente a riferimento il passato lontano, ma capire come funziona la ricerca in Europa oggi.
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Dica 133 (il coordinamento dei ricercatori precari del Polo delle Scienze Sociali di Firenze) ha deciso, a fianco delle altre forme di protesta che si succederanno nelle prossime settimane, di lanciare una lettera-appello per sensibilizzare il mondo dell’università, e tutta la cittadinanza in generale, sugli effetti distruttivi che avranno sull’intera Università italiana le misure contenute nella legge 133. Questa legge contiene pesanti tagli a carico del bilancio delle Università; applica il blocco delle assunzioni a un settore dove il personale è già molto anziano, e che si regge solo grazie a un esercito di precari; infine non introduce nessuna misura di trasparenza o di valutazione della qualità e del merito.
L’appello, dal titolo “Per l’Università: investimenti adeguati e interventi innovativi” mette in evidenza questi errori, ma punta a dare una risposta costruttiva, indicando le direzioni per migliorare l’Università, purtroppo ben diverse da quelle intraprese dal governo.
Le direzioni sono due: da un lato assicurare investimenti adeguati, e favorire il ricambio della classe docente; dall’altro, introdurre da subito alcune semplici misure di trasparenza e di valutazione di qualità a tutti i livelli: gestione dei bilanci degli atenei, carriere dei docenti di tutte le fasce, reclutamento dei nuovi ricercatori.
L’errore di questa legge infatti non è soltanto nell’insensatezza dei tagli, ma soprattutto nell’assenza di qualunque intervento di trasparenza e di riforma. Per questo motivo ci rivolgiamo ai docenti strutturati, che ancora forse non hanno chiaro l’impatto degli interventi; agli studenti, alle loro famiglie, ai professionisti e a tutti i cittadini che hanno a cuore l’università. Invitiamo tutti a sottoscrivere il nostro appello perché il governo inverta la rotta sull’affondamento dell’università italiana.
Clicca qui per leggere e firmare il testo dell’appello
Nota: Per segnalare un’adesione collettiva (coordinamenti, associazioni, Facoltà, ecc.) scrivi a no133fi<at>gmail<punto>com (scusate, ma l’indirizzo non è in chiaro per bloccare spam automatici)
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Martedì 14 ottobre alle ore 14 è convocata l’assemblea del Polo delle Scienze Sociali, aperta a tutte le componenti accademiche, dai professori ordinari agli studenti.
L’assemblea si svolgerà alle 14 nell’edificio D5 (aula 0.03).
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Lunedì 13 ottobre alle ore 12 è convocata l’assemblea dei ricercatori precari di Scienze Politiche (con invito a tutti i ricercatori precari del Polo delle Scienze Sociali).
L’assemblea si svolgerà alle 12 nell’edificio D5 (aula 1.03).
Assemblea del Coordinamento Docenti Precari Università di Firenze
Facoltà di Architettura, venerdì 3 ottobre 2008
Comunicato
Tra le categorie che compongono l’organizzazione universitaria, quella dei Docenti a Contratto è certamente la più colpita dagli effetti della legge 133/2008 e della finanziaria.
Ad una diminuzione progressiva delle risorse che certamente influirà sulla consistenza economica dei contratti, corrisponde il blocco dei turn-over che cancellerà l’unico reale motivo per cui molti docenti prestano la loro opera a titolo quasi gratuito: la possibilità di un concorso per l’immissione in ruolo.
Nella nostra facoltà e in molte altre sedi universitarie i docenti a contratto rappresentano la parte numericamente più consistente dei docenti. Secondo i dati forniti dalla presidenza, nella facoltà di architettura i docenti a contratto sono circa 230, i docenti associati e ordinari sono più o meno 130, i ricercatori 90, per un totale di 220 strutturati e 230 docenti precari.. Tuttavia i docenti a contratto non sono rappresentati nel consiglio di facoltà e non prendono parte alle scelte in merito alla didattica, scelte che talvolta non vengono loro nemmeno comunicate.
La docenza a contratto, in tempi di privatizzazione, rischia di diventare per molti corsi di laurea l’unica possibilità per garantire la didattica..
Il Coordinamento dei Docenti Precari, appoggia la mobilitazione intrapresa contro le leggi varate dall’attuale governo, che, tagliano i già ridotti fondi alla ricerca, bloccano il turn-over al 20%, spingono alla trasformazione delle università in fondazioni private, con elementi di incostituzionalità evidenti e sconfortanti.
Il Coordinamento ritiene il blocco totale della didattica l’unico efficace mezzo di mobilitazione per porre i temi dell’Università e della formazione al centro del dibattito politico, e lo propone all’assemblea dei presenti e agli studenti con cui vorrebbe intraprendere forme comuni di protesta anche all’interno dei singoli corsi, garantendo in tal modo il mantenimento degli impegni assunti.
Nel caso in cui l’assemblea non riterrà che il blocco della didattica debba essere intrapreso, il Coordinamento dei Docenti Precari dichiara che si conformerà comunque alle modalità di mobilitazione intraprese da ricercatori e docenti, attenendosi strettamente però, come forma di protesta, alle mansioni indicate nel proprio contratto. I docenti precari conterranno quindi tutta l’attività didattica nel numero di ore previsto dal contratto (revisioni ed esami inclusi); e svolgeranno la didattica con i soli mezzi tecnico-informatici messi a disposizione dalla facoltà.
Il Coordinamento dei docenti precari auspica e lavora per la formazione di un corpo coeso, tra studenti, docenti, ricercatori e personale tecnico, coralmente consapevole della perniciosità delle leggi appena varate, che porteranno in breve allo smantellamento definitivo dell’insegnamento universitario di natura pubblica.
Coordinamento Docenti Precari Università di Firenze
docentiprecariunifi@libero.it
Le politiche Berlusconi-Tremonti-Brunetta-Gelmini su Università e Ricerca
PRESENTANO IL CONTO AL PAESE e determinano una prospettiva di futuro per
l’Italia fuori dagli accordi di Lisbona, ossia fuori dalla strategia europea
che ha individuato NELLA CONOSCENZA IL FULCRO CENTRALE DEL NUOVO SVILUPPO
ECONOMICO E SOCIALE.
Riportiamo di seguito la lista dei drammatici interventi del Governo (era
difficile prevedere in così pochi mesi la messa in atto di un progetto così
disastroso, privo di qualunque indirizzo proveniente da una seria
valutazione del sistema Università e Ricerca e senza nessuna trasparenza e
confronto):
1) Il finanziamento dell’abolizione dell¹ICI sulla prima casa per le
famiglie con redditi alti (per quelle con bassi redditi era già stata
abolita dalla finanziaria 2008 del Governo Prodi), si basa tra gli altri sul
decreto legge n. 93/2008 che ridurrà ogni anno (fino al 2013) di 467 MILIONI
DI EURO il fondo statale di finanziamento ordinario delle università (taglio
del 6% totale del fondo che però grava essenzialmente sulla parte
comprimibile (13%): manutenzioni, utenze, etc);
2) la legge n. 133/08 comporta una riduzione del turn-over al 20% per le
università (su 5 che vanno in pensione 1 solo verrà assunto) nel periodo
2009-2013 con la seguente riduzione di finanziamento (-64 milioni-euro nel
2009, -190 milioni-euro nel 2010, -316 milioni-euro nel 2011, -417
milioni-euro nel 2012, -455 milioni-euro nel 2013). Per gli EPR si avrà una
riduzione del 20% nel 2009 mentre dal 2010 al 2013 ogni unità di personale
che esce potrà essere sostituita da una sola unità personale in entrata e
non in base al valore economico “liberato” (un dirigente di ricerca libera
un valore economico che corrisponde a più unità di personale al primo
impiego).
Sommando i soli tagli all¹università provenienti da ICI e turn-over si ha
che nel quinquennio 2009-2013 ci sarà una riduzione di quasi 4 miliardi di
euro (circa 8.000 miliardi delle vecchie lire!!).
3) Nella legge n. 133/08 viene inserita una norma che concede la possibilità
alle università italiane di trasformarsi in fondazioni private. Sono del
tutto evidenti i rischi per l¹autonomia degli atenei e dei docenti oltre che
per quei settori e ambiti di ricerca che non sono appetibili sul piano
economico.
Di fatto il combinato disposto taglio indiscriminato delle risorse e
possibilità di trasformazione in fondazione privata rischia di modificare
il sistema universitario nazionale in un sistema di formazione estremamente
debole e con accessi differenziati in base al censo. Inoltre, senza alcun
riferimento alla valutazione si selezioneranno le sedi universitarie non
sulla base del loro valore didattico e scientifico ma in ragione della
diversità del contesto socio economico in cui operano
Citiamo una parte dell¹articolo che lo storico Franco Cardini ha scritto per
il Secolo d¹Italia il 16 luglio 2008: ³Il passaggio dall¹Università alla
Fondazione è in un certo senso epocale: sarà il passaggio da una concezione
culturale e comunitaria a una patrimoniale e privatistica del sapere; da una
mediocre e magari, perché no?, scalcinata Università di tutti, a una (forse)
buona e (certo) più costosa università per i ricchi. Privatizzandosi, alcune
università potranno salvarsi: ma in questo modo andrà una volta per tutte a
farsi benedire il diritto allo studio: o meglio lo studio come diritto.²
4) la legge 133/2008 prevede, anche per gli enti di ricerca come per le
altre amministrazioni dello Stato, una riduzione della pianta organica pari
almeno al 10%: questo implica per quegli enti che hanno la pianta organica
al completo un gravissimo problema di blocco, aggiuntivo a quello del
turn-over.
5) infine, ma di gravità addirittura più rilevante in quanto AGGREDISCE LA
PARTE PIU’ DEBOLE E AL TEMPO STESSO PIU’ PREGIATA PER L’INVESTIMENTO SUL
FUTURO, c¹è da considerare il combinato disposto tra l’articolo 49 della
legge 133/2008 (che non permette l’utilizzo del medesimo lavoratore con più
tipologie contrattuali per periodi di servizio superiori al triennio
nell’arco del quinquennio ultimo) e il 37-bis inserito nel ddl 1441 in iter
d¹approvazione parlamentare (che blocca la procedura delle stabilizzazioni).
Il risultato è un blocco di massimo 3 anni per le forme contrattuali a tempo
determinato (in enti dove la frequenza dei concorsi è scarsissima) e il
licenziamento in tronco (dopo 3 mesi dall’entrata in vigore del ddl 1441) di
chi aveva già ricevuto garanzie (dallo Stato!) di un percorso per andare a
stabilizzare la propria attività professionale.
INSOMMA IL QUADRO CHE EMERGE è CHIARISSIMO:
- TAGLI ECONOMICI INSOPPORTABILI per un settore già in grave sofferenza e
del tutto sottovalutato rispetto a quanto sta succedendo nel resto del mondo
negli ultimi 15 anni. Tagli oltretutto del tutto indiscriminati, alla faccia
di tutte le discussioni su merito e promozione delle eccellenze.
- ABBANDONO DELLE RISORSE PIU¹ PREGIATE di cui un paese oggi può godere: i
giovani di talento nella ricerca scientifica. Non è un caso che in tutto il
mondo i nostri giovani trovino rapidamente collocazione e si inseriscano a
livelli qualificati.
- infine l’immagine che lo Stato fornisce di se stesso è drammaticamente
incoerente. Uno Stato (non conta la parte politica che guida in quel momento
il Governo) non può garantire un percorso di acquisizione certa di diritti e
immediatamente dopo tradire quella garanzia: sono in gioco tanto la
reputazione delle Istituzioni quanto le stesse basi di solidità civile dei
cittadini.
L’Osservatorio sulla Ricerca su proposta di un gruppo di “stabilizzandi” si
è reso disponibile a raccogliere, divulgare e promuovere un appello al Capo
dello Stato perché si adoperi per sostenere una battaglia che ci pare di
straordinaria importanza.
La raccolta di firme riguarda ovviamente TUTTI quanti sono sensibili al
problema di un Paese che intende evolvere e non fermarsi e regredire.
Per sottoscrivere: www.osservatorio-ricerca.it
Università e Ricerca è il sito web creato da un gruppo di ricercatori fiorentini, con materiale e segnalazioni di iniziative.